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Intelligenza artificiale in Italia: 14.840 imprese, ma la vera sfida è trasformare l'innovazione in valore

Intelligenza artificiale in Italia: 14.840 imprese, ma la vera sfida è trasformare l'innovazione in valore

La ricerca di InfoCamere e Università di Padova fotografa un ecosistema giovane, dinamico e in rapida espansione. Dietro i numeri, però, emergono alcune questioni che riguardano da vicino la competitività delle imprese italiane.

In Italia abbiamo quasi 15 mila imprese che hanno fatto dell'intelligenza artificiale una parte dichiarata della propria attività. È un numero che probabilmente sorprenderà chi continua a considerare il nostro Paese irrimediabilmente in ritardo su tutto ciò che riguarda l'innovazione tecnologica.

Ma il dato più interessante non è quanti operatori si siano affacciati su questo mercato. È capire quanti riusciranno a costruire attività economicamente sostenibili e, soprattutto, quanto valore saranno capaci di generare per il resto del sistema produttivo.

La ricerca L'economia dell'Intelligenza Artificiale. La mappa delle Imprese AI-focused in Italia, realizzata da InfoCamere e Università di Padova e presentata nell'ottobre 2026, offre una fotografia particolarmente utile per affrontare la questione.

Al 31 dicembre 2025 vengono censite 14.840 imprese AI-focused. Si tratta di aziende che dichiarano nell'oggetto sociale o nella descrizione ufficiale della propria attività un coinvolgimento con l'intelligenza artificiale, dal suo sviluppo all'integrazione in prodotti, servizi e processi.

Una distinzione necessaria: la ricerca non misura quante imprese italiane utilizzino l'AI. Analizza principalmente l'ecosistema di chi sviluppa, propone o integra queste tecnologie come parte della propria attività economica.

Ed è proprio qui che comincia la parte interessante.

Un mercato che cresce più velocemente delle strutture imprenditoriali

Il 72% delle imprese censite è stato costituito tra il 2021 e il 2025. Nel solo ultimo anno il numero degli operatori è cresciuto del 26,6%, passando da 11.720 a 14.840.

Non stiamo parlando, quindi, di un settore consolidato che attraversa una fase di aggiornamento tecnologico. Siamo davanti a un ecosistema in piena formazione, nel quale nuovi modelli di business, competenze e specializzazioni stanno ancora cercando un proprio equilibrio.

La varietà è significativa. Il gruppo più numeroso è quello dello sviluppo di software e algoritmi innovativi, con 3.289 imprese. Seguono blockchain e infrastrutture cloud, robotica e automazione, IoT, big data, piattaforme aziendali e ricerca scientifica.

Eppure, a fronte di questa articolazione tecnologica, la struttura imprenditoriale rimane estremamente frammentata.

Il 93,1% delle aziende censite appartiene alla categoria delle microimprese, una quota peraltro non molto distante da quella osservata nel sistema produttivo italiano nel suo complesso.

Non è necessariamente un limite. Le piccole strutture possono innovare velocemente, specializzarsi e lavorare su problemi che i grandi operatori non trovano economicamente interessanti.

Il problema emerge quando bisogna affrontare la fase successiva: passare dal progetto al prodotto, dalla prima commessa a un portafoglio clienti stabile, dalla competenza del fondatore a un'organizzazione capace di crescere.

La qualità di un algoritmo può aprire una porta. Per costruire un'impresa servono anche posizionamento, distribuzione commerciale, capacità manageriale e continuità finanziaria.

I numeri economici raccontano una storia meno semplice

Nel 2024 le imprese comprese nella ricerca hanno espresso complessivamente 21,5 miliardi di euro di valore della produzione.

Una cifra rilevante, che però va interpretata con attenzione.

Il rapporto evidenzia che appena l'1,5% delle imprese genera l'80% del valore complessivo. Inoltre, due grandi società incluse nella rilevazione, Accenture e Luxottica Group, rappresentano da sole circa un terzo dell'aggregato economico del 2024.

Soprattutto, i 21,5 miliardi riguardano l'intera attività economica delle aziende selezionate, non esclusivamente i ricavi prodotti dall'intelligenza artificiale.

Sarebbe quindi sbagliato presentare questa cifra come il fatturato del mercato italiano dell'AI.

Il dato, piuttosto, mette in luce una polarizzazione importante.

Da una parte, pochi soggetti di grandi dimensioni. Dall'altra, una popolazione molto ampia di realtà piccole e giovani che devono ancora dimostrare la propria capacità di consolidamento.

Non è un fenomeno insolito nei mercati tecnologici emergenti. Ma impone di distinguere la vivacità imprenditoriale dalla solidità economica.

Aprire una società che si occupa di AI è diventato relativamente semplice. Costruire un'attività capace di generare margini, trattenere clienti e finanziare la propria crescita è un'altra cosa.

La produttività cresce. Ma è davvero merito dell'intelligenza artificiale?

Tra i risultati più interessanti dello studio c'è il confronto tra le imprese AI-focused e un gruppo di controllo composto da aziende comparabili per settore, territorio, dimensione e forma giuridica.

Nel 2024 il valore aggiunto mediano delle imprese AI-focused raggiunge 237 mila euro, contro 158 mila euro del gruppo di controllo.

Anche la produttività del lavoro risulta superiore: 50.400 euro di valore aggiunto per persona occupata, contro 45.900 euro. Una differenza del 9,8%.

Sono risultati incoraggianti. Ma serve prudenza nell'interpretarli.

La ricerca non dimostra che l'intelligenza artificiale sia la causa diretta di questo vantaggio. Le aziende che operano in questi ambiti potrebbero avere, già in partenza, migliori competenze tecnologiche, una maggiore propensione agli investimenti e modelli organizzativi differenti.

È una precisazione importante, perché negli ultimi anni si tende ad attribuire alla tecnologia qualsiasi miglioramento delle performance aziendali, senza interrogarsi abbastanza su ciò che rende possibile quel miglioramento.

L'AI non lavora nel vuoto.

Ha bisogno di dati affidabili, processi comprensibili, obiettivi definiti e persone capaci di interpretarne i risultati.

Un'azienda mal organizzata non diventa automaticamente efficiente perché introduce un assistente generativo. A volte riesce semplicemente a produrre più velocemente attività che avrebbero dovuto essere ripensate prima.

L'offerta cresce, ma la domanda delle PMI è ancora da sviluppare

C'è un altro passaggio della ricerca che merita attenzione.

Nel 2025, nei settori esaminati dalle rilevazioni ISTAT richiamate dal rapporto, utilizza l'intelligenza artificiale il 15,7% delle imprese con 10-249 occupati, contro il 53,1% di quelle con almeno 250.

Questo divario evidenzia un problema che non può essere risolto aumentando soltanto il numero dei fornitori tecnologici.

L'Italia ha bisogno di imprese che sappiano acquistare, integrare e utilizzare efficacemente queste soluzioni.

Pensiamo a una PMI manifatturiera che voglia migliorare la pianificazione della produzione, a un'azienda commerciale che intenda valorizzare il proprio patrimonio informativo o a un'organizzazione che cerchi di ridurre il costo di gestione del cliente.

In tutti questi casi la difficoltà iniziale non è necessariamente individuare uno strumento AI. È comprendere quale problema abbia senso affrontare, quali dati siano disponibili, come intervenire sui processi e attraverso quali indicatori misurare il risultato.

Senza questa capacità di traduzione tra tecnologia e business, il rischio è alimentare un mercato fatto di dimostrazioni convincenti, progetti pilota e applicazioni che raramente diventano parte stabile dell'operatività aziendale.

L'adozione, in altre parole, non coincide con l'acquisto di una licenza.

Il capitale umano è il vero punto di fragilità

Le imprese AI-focused impiegano complessivamente circa 105.800 persone, con una crescita di 22.600 occupati rispetto al 2022.

Il dato conferma che non siamo davanti soltanto a un fenomeno finanziario o mediatico. Esiste un sistema di competenze, professioni e organizzazioni che sta crescendo.

Ma il rapporto richiama anche alcuni limiti strutturali del Paese.

Nel 2024 la quota di giovani italiani tra 25 e 34 anni con un titolo di istruzione terziaria era del 31,6%, contro il 44,1% della media europea. Le competenze digitali almeno di base, nel dato 2023, riguardavano il 45,9% della popolazione tra 16 e 74 anni, contro il 55,6% dell'Unione europea.

A questo si aggiungono le difficoltà nel trattenere competenze qualificate, la mobilità territoriale e il disallineamento tra formazione e opportunità professionali.

Per un'impresa tecnologica composta da cinque o sei persone, perdere due figure fondamentali può significare compromettere la continuità di un progetto.

La vera risorsa scarsa non è necessariamente il software. È la combinazione di competenze tecniche, conoscenza del settore, capacità commerciali e organizzazione.

Ed è una risorsa che non si acquista con un abbonamento mensile.

La questione strategica: abbiamo bisogno di più AI o di imprese capaci di usarla meglio?

Guardando questi numeri da una prospettiva manageriale, emerge una considerazione.

Il futuro dell'intelligenza artificiale in Italia non dipenderà soltanto dal numero di startup, dalle risorse investite nello sviluppo tecnologico o dalla disponibilità di modelli sempre più potenti.

Dipenderà dalla capacità di collegare quell'offerta ai problemi concreti del nostro tessuto produttivo.

Per chi propone soluzioni AI, questo significa comprendere meglio i settori clienti, costruire offerte economicamente sostenibili e dimostrare risultati misurabili.

Per le imprese utilizzatrici significa affrontare una trasformazione organizzativa prima ancora che tecnologica. Bisogna decidere dove intervenire, quali attività riprogettare, quali competenze sviluppare e come valutare il ritorno degli investimenti.

È qui che il management torna ad avere un ruolo centrale.

Non serve diventare esperti di algoritmi per guidare una trasformazione digitale. Serve saper distinguere una tecnologia interessante da un investimento utile.

Le 14.840 imprese censite rappresentano un segnale positivo di dinamismo e capacità imprenditoriale. Ma il successo del sistema non si misurerà soltanto da quante ne nasceranno nei prossimi anni.

Si misurerà da quante riusciranno a crescere, da quante collaboreranno stabilmente con le filiere produttive e da quanto valore arriverà effettivamente alle imprese clienti.

Perché la sfida italiana non è dimostrare di saper parlare di intelligenza artificiale.

È dimostrare di saperla trasformare in competitività.

Fonte: InfoCamere e Università di Padova, “L'economia dell'Intelligenza Artificiale. La mappa delle Imprese AI-focused in Italia”, ottobre 2026. Dati sulle imprese riferiti al quarto trimestre 2025; indicatori economici riferiti al 2024.

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